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La Rubrica

NINFA: IL GIARDINO CHE PARLA

di Marco Hagge

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Quando si parla dell’Agro Pontino, vengono subito in mente la bonifica del secolo scorso, le città nuove, le idrovore, i canali, le terre strappate alla palude; insomma, a storie recenti, vicende dell’altro ieri. Ma in realtà, basta procedere verso l’interno, e si scopre che questo è un territorio antichissimo, e pieno di sorprese. Una di queste si trova ai piedi dei Monti Lepini: è il Giardino di Ninfa, creato nel luogo dove sorgeva l’antica città che portava lo stesso nome.

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La prima pagina della storia di Ninfa, sia quando nasce come città, sia quando rinasce, il secolo scorso, come giardino, è scritta nel laghetto su cui si affaccia uno dei pochissimi tratti di mura superstiti: un vero e proprio tesoro naturale, una specie di miniera d’acqua dalla vena inesauribile. Qui nasce infatti il fiume che poi prosegue il suo corso nella pianura, verso occidente, fino al mare.

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L’abbondanza d’acqua fa la fortuna della città, che diventa una preda ideale per i poteri dell’epoca; quelli internazionali (Chiesa e Impero) e quelli locali, cioè le grandi e rissose famiglie del territorio: come i conti di Tuscolo, i Frangipane, i Colonna e i Caetani. Saranno questi ultimi a impadronirsene; ma nel corso di un attacco la città viene saccheggiata e distrutta a colpi di piccone.

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Della antica città di Ninfa non è rimasto quasi niente. Qualche brandello di mura, qualche troncone di edificio rimesso in sesto come locale di servizio… Però si può dire che mai rovine siano tornate protagoniste come quelle di Ninfa: è da queste pietre superstiti, infatti, che è nata l’idea del giardino.

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Qualcuno della famiglia ci aveva già provato: il cardinale Nicolò Caetani, nel Cinquecento, si fa costruire un piccolo giardino a ridosso del laghetto, che aveva trasformato in un prosaico allevamento di trote (ne rimane la vasca, dove adesso si è stabilita una famiglia di cigni con prole); ma la svolta arriva solo nel secolo scorso, quando Gelasio Caetani restaura alcuni ruderi per farci una residenza estiva. L’aspetto attuale si deve però agli ultimi esponenti della stirpe: Roffredo, sua moglie (inglese) Marguerite Chapin, e soprattutto, alla loro figlia, Lelia.

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Per un giardino romantico, all’inglese, i ruderi ci sono; quanto all’ambiente, il fiume crea un microclima “britannico”, reso ancora più umido e piovoso dalla rupe soprastante, che “arpiona” le nubi di passaggio, e le spreme, a cadenza pressoché quotidiana. Ecco perché a Ninfa coabitano specie provenienti da ogni parte del mondo; che però sono state acclimatate non a scopo scientifico, ma scenografico, per le loro forme e i loro colori.

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A creare il carattere inconfondibile del giardino è anche la dimensione del tempo. La luce (che cambia con le ore del giorno); i colori (che si alternano con i mesi); i suoni degli uccelli (che, come i profumi delle essenze, vanno e vengono con le stagioni dell’anno). Se però il tempo fugge, la memoria lo trattiene, nelle rovine che evocano eventi lontani (come la chiesa nella quale venne consacrato papa Alessandro III, il nemico di Federico Barbarossa). Grazie a una regia sapiente, l’arte diventa natura, e la natura si fa storia.

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Il Giardino sembra essersi fatto da sé, ma in realtà ogni settore, ogni quadro è progettato con cura, su un gioco di contrasti. Per esempio, il dialogo fra le piante di yukka, con le foglie appuntite che puntano verso il cielo, e l’acero giapponese, rosso e basso, con la sua forma morbida, stondata, a ombrello, che ricade verso terra.

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I contrasti si moltiplicano: fra il folto della vegetazione e il vuoto delle radure; la rigidità delle rovine e la vitalità della vegetazione che le abbraccia; lo “scrigno” del giardino e la vastità del paesaggio circostante.

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Oggi il Giardino di Ninfa, diretto da Lauro Marchetti, memoria storica del luogo, è gestito dalla Fondazione creata da Leila Caetani, con la quale, nel 1977, si estingue la famiglia. Intorno al giardino è stata istituita un’area di rispetto, gestita come Oasi dal WWF: l’ultimo brandello della palude prosciugata dalla bonifica, che dialoga col giardino e contribuisce a mantenerlo in buona salute.

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Una città che nasce, fiorisce, finisce e sette secoli dopo, come se niente fosse, rinasce sotto forma di giardino. Sembra una storia inverosimile, ma, come abbiamo visto, è la pura e semplice realtà. Cose che capitano, in questo grande, straordinario contenitore di natura e di storia, di persone e di eventi, che si chiama Italia.

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