Get Microsoft Silverlight

La Rubrica

ARCHEOLOGIA IN DIRETTA

di Marco Hagge

1

L’Italia, come si sa, non ha un sottosuolo particolarmente ricco di risorse naturali: anche perché quelli che c’erano sono stati già ampiamente esauriti. In compenso, il nostro sottosuolo è ricchissimo di altri giacimenti: quelli archeologici. Lo è stato, e lo è ancora. In particolare, per quanto riguarda gli Etruschi.

2 (2)

Una civiltà antichissima, che nasce nel cuore dell’Italia (Lazio, Umbria, Toscana), ma che ha lasciato tracce da Cuma a Mantova, da Bologna fino a Belluno. Alcune delle loro città ci sono ancora (Tarquinia, Orvieto, Volterra); altre sono scomparse: come Vulci, che era forse la più potente di tutte.

3

Si trovava qui, nella Tuscia viterbese, fra Canino e Montalto di Castro, sul pianoro solcato dal fiume Fiora, che ospitava un porto ed era attraversato da tre ponti, di cui è rimasto soltanto questo, riutilizzato nel Medio Evo come accesso all’Abbazia benedettina, trasformata poi di dogana dello Stato Pontificio.

4

Nel momento del massimo sviluppo, fra il VI e il V secolo a.C., quando Roma è poco più di un piccolo centro che sgomita per farsi spazio fra i vicini, le quattro porte di Vulci delimitano un’area urbana di 110 ettari. Quando i Romani entrano in conflitto con gli Etruschi, questa è la preda più ghiotta. Distrutta nel 280, la città viene prima ricostruita, e infine abbandonata.

5

Col tempo, Vulci viene letteralmente spolpata, con le sue pietre riutilizzate come materiale edilizio. Si è salvata solo l’altra città, quella sotterranea dei morti, che era articolata un po’ come quella dei vivi, con le tombe per i poveri, quelle per la classe media, e quelle dei ricchi.

6

Sulla riva sinistra del fiume, davanti alla città, c’era una specie di cimitero di lusso: la necropoli riservata ai ricchi, dove si trovano le tombe più belle, più monumentali. La più grande è il Tumulo della Cuccumella. Ha un diametro di 80 metri: praticamente, un Palazzetto dello Sport. Nel caso (poco probabile) che una struttura come questa potesse passare inosservata, la famiglia che l’aveva costruito, sulla sommità aveva voluto anche una doppia torre.

7

Quanto alle tombe a camera, la più bella è la Francois, che ha preso il nome dall’archeologo che l’ha scoperta, due secoli fa. E’ un vero e proprio appartamento ipogeo. Tutto quello che c’era dentro è stato portato a Roma dai Torlonia, banchieri del Papa, che gestivano la dogana pontificia al Ponte dell’Abbazia.

8

Nell’area diventata oggi Parco Archeologico e naturalistico, però, molto rimane ancora da scavare. Le tombe erano di tre tipi: oltre al tumulo, c’erano quelle a camera (che imitavano la disposizione delle case) e quelle più modeste, a fossa. Carlo Casi, Direttore del Parco, sta scavando una necropoli appena scoperta, utilizzata dal VII al II secolo a.C.: uno scavo che sta offrendo ottimi risultati.

9

Ma c’è di più: oggi è possibile perfino vedere una tomba ancora prima ancora di averla aperta. La telecamera, munita di una piccola torcia elettrica, diventa una sonda che per la prima volta fa luce in una oscurità plurimillenaria: non per amore di anticipazioni, ma di sicurezza. In un formicaio come questo, dove le tombe più recenti intercettano e tagliano le pareti di quelle antiche, la roccia è indebolita, e può facilmente crollare…

10

Ma la tecnologia più raffinata non può rinunciare ai metodi tradizionali: per esempio, nel definire le quote dei reperti prima di asportarli. Il disegno, in questo caso, è più preciso della fotografia, che non riesce a restituire la differenza dei livelli. Allo stesso modo, per avere la sicurezza che con la terra di scavo non si gettino via anche i reperti più piccoli, non c’è che uno strumento antico quanto il mondo: il setaccio.

11

I reperti venuti alla luce passano nel deposito provvisorio del container. E’ un po’ come in una clinica: dopo la levatrice, è il momento della nursery. Ma qui i reperti rimangono solo poche ore. Il tempo di essere impacchettati, e verranno spediti al sicuro, nel deposito (temporaneo) del Parco. Da dove verranno indirizzati al laboratorio di Montalto di Castro, verso le mani esperte dei restauratori. Nel laboratorio c’è da fare per tutti: perché, nonostante le depredazioni dei tombaroli, Vulci sembra una miniera che non si esaurisce mai… Città dei vivi e città dei morti, non fa molta differenza. Per scoprire il nostro passato, la strada è una sola: la conoscenza del nostro incredibile, bellissimo, sorprendente territorio.

12