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La Rubrica

UN PARCO IN TRE ATTI

di Marco Hagge

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Lo spettacolo va in scena a Pegli, al limite occidentale del Comune di Genova, nel Parco di Villa Durazzo Pallavicini. Anzi, lo spettacolo è il Parco. Otto ettari arrampicati sul fianco della collina, modellati alla metà dell’Ottocento dal marchese Alessandro Pallavicini nipote – e unico erede – di Clelia Durazzo: un uomo che, oltre alla proprietà, aveva ereditato anche la passione di famiglia: la botanica.

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Il progetto porta la firma di Michele Canzio, scenografo titolare al Teatro Carlo Felice. Infatti, il percorso è organizzato come un melodramma: tre atti, due in salita e uno in discesa; più il prologo e l’epilogo. La trama del racconto si ispira agli ideali della Massoneria dell’epoca, a cui il marchese apparteneva. Una tessitura complicata, che consiste in una progressiva elevazione dell’animo, dalla natura alla cultura, dall’inferno alla beatitudine, dalle profondità della selva oscura, attraverso la storia, fino all’elevazione verso il cielo.

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E’ uno spettacolo fatto di sorprese e di effetti speciali. Di tutto quello che vediamo non c’è niente che sia nato dove si trova adesso: ci è stato piantato, o trasportato. Colline sbancate per creare bacini artificiali; depressioni colmate con la terra di scavo. Le piante, autoctone ed esotiche, creano continui cambi di scena. Quanto alle pareti rocciose, sono un mosaico di pietre murate. Con quelle più piccole sono stati pavimentati i sentieri.

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Un’operazione gigantesca, finanziata con le ben quattro eredità che il Marchese ricevette nel giro di pochi anni. Nel cantiere, dal 1840 al 1846, lavorarono 350 operai al giorno, ogni giorno dell’anno (il che fa più o meno 630mila giornate lavorative). Il cosiddetto “Lago Vecchio” rappresenta la natura primigenia, il mondo all’alba della vita. E’ anche un trionfo del romanticismo: gli alberi si specchiano nell’acqua; il lago non si sa bene dove cominci, dove finisca, quanto sia profondo… Già: da dove viene l’acqua? Arriva da 8 km. di distanza, viaggiando nelle tubature di un acquedotto. Il massimo dell’effetto “naturale” attraverso il massimo della tecnica.

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Ma questo non è il capriccio di un nobile annoiato. E’ il progetto, ben pianificato in ogni dettaglio, di un uomo dai molteplici interessi: Botanica, tecnologia, scienza; ma anche dottrine massoniche ed esoterismo, fino alla politica e all’economia.

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Alla sommità del percorso troviamo il primo attore “umano”: il capitano titolare di questo piccolo castello. Un castello che sembra un giocattolo: ricorda le torri che si usano nel gioco degli scacchi. Ma se guardiamo meglio, i merli e le mura sono sbrecciati: danni di guerra. Inferti da chi? Dal borgo nemico, che si trova sul monte davanti (attenzione, però: non si tratta di edifici veri, ma di quinte teatrali, per aumentare la suspense). E il Capitano? Dov’è? Nella torre? No: il castello è vuoto, perché il Capitano è morto in guerra.

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La guerra, dunque, non porta a nulla: è dolore, distruzione, morte. Imparata la lezione, siamo pronti per quella successiva: la pace e le sue opere. I miracoli dell’intelligenza, della scienza, della cultura. Che custodiscono la natura, la imitano e la dilatano: come nelle grotte artificiali che contornano il Lago Grande, al centro del quale si trova il tempietto di Diana, simbolo della natura pacificata con l’umanità. E’ questo l’epilogo, il lieto fine dello spettacolo.

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Ma dietro l’aspetto attuale del Parco di Villa Durazzo, proclamato il più bello d’Italia per il 2017, c’è un lungo lavoro di recupero. Ceduto al Comune di Genova nel 1928, sostanzialmente abbandonato per anni, è stato recuperato con un lungo restauro, su progetto degli architetti Fabio Calvi e Silvana Ghigino.

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La gestione è affidata alla Cooperativa “L’Arco di Giano”, che si occupa delle visite e della manutenzione quotidiana. Ma non bisogna dimenticare che questo fu anche un solido progetto economico. Un kit completo che comprende l’attrazione (il parco), la logistica (la stazione ferroviaria, costruita sul terreno donato dal Marchese), l’albergo per ospitare i visitatori: in pratica, il lancio turistico della Riviera di Ponente. Una visione di sviluppo territoriale di incredibile modernità.

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Che cosa rimane dopo avere assistito a questo spettacolo? Una sensazione mista di ammirazione (per la regia, il copione, la scenografia) e di gratitudine (per chi l’ha progettato, per chi ha lavorato al restauro e lavora perché lo spettacolo continui ad andare in scena). Uno spettacolo che (grazie al clima di questo angolo di Liguria) si replica tutti i giorni dell’anno.

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